Prima di tutto mi congratulo con il Presidente della Conferenza episcopale pugliese, Mons. Donato Negro, con il Presidente della Commissione episcopale regionale per la carità, Mons. Gianni Checchinato e con tutti gli altri Ecc.mi Vescovi, con il delegato regionale delle Caritas della Puglia don Alessandro Mayer, con tutti i direttori diocesani e con l’Istituto Teologico Pugliese e l’Istituto Pastorale Pugliese per questa bella iniziativa, segno di una Chiesa viva, che si interroga sulla sua identità e lo fa mettendosi in formazione, a partire dai 50 anni di Caritas.

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, sappiamo, ha individuato i tre pilastri fondamentali, entro cui si esprime l’intera vita della Chiesa; essi sono la Liturgia, la Catechesi e la Carità. Senza soffermarmi in merito è, però, importante ricordare sempre che queste funzioni non riguardano soltanto alcuni nella Chiesa, ma sono pertinenza di tutti; evidentemente secondo i carismi dati a ciascuno dallo Spirito e i ministeri riconosciuti dalla Chiesa.

Papa Francesco, nel suo Discorso per il 50° di Caritas Italiana, ci ha indicato tre “vie” da “percorrere con gioia”: «partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo, sviluppare la creatività». Ci ha proposto anche due “mappe evangeliche”, le Beatitudini (Mt 5,3-12) e Matteo 25 (vv. 31-46) con le parole del giudizio finale che vanno incarnate e vivificate nella realtà attuale “in forme consone ai tempi e ai bisogni” come indicato dallo Statuto di Caritas Italiana.

All’interno di questo sguardo, il mandato alla Caritas, si pone in un contesto di respiro vitale, che superando la mera assistenza, incornicia il principio ed ogni sua attività all’interno di quello che San Paolo VI ha sancito con il concetto di “prevalente funzione pedagogica”, accompagnando la nascita di Caritas Italiana, come strumento pastorale di animazione di tutta la comunità cristiana nell’esercizio della carità, proprio nella convinzione che «una crescita del popolo di Dio nello spirito del Concilio Vaticano II non è concepibile senza una maggior presa di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana delle proprie responsabilità nei confronti dei bisogni dei suoi membri».

 

Ecco dunque il senso di questo Organismo pastorale, a livello nazionale e nelle sue articolazioni diocesane: un vero “banco di prova della Chiesa nella sua fedeltà al mondo”, come sottolineò lo stesso Paolo VI, chiedendo alla Chiesa italiana un reale ribaltamento di prospettive per porre in primo piano l’amore concreto del prossimo, senza il quale la fede non è fede.

Non possiamo non considerare profetica questa intuizione, soprattutto se la guardiamo attraverso la lente, i criteri e le piste che il Santo Padre e la Chiesa Italiana continuano a indicarci, in questo nostro tempo.

Uno dei compiti statutari di Caritas è proprio quello di “favorire la formazione degli operatori pastorali della carità e del personale di ispirazione cristiana sia professionale che volontario”. Senza richiamare tutti gli altri compiti assegnati alla Caritas, mi preme in questo contesto sottolineare il suo essere organismo pastorale che, proprio in ordine ai propri compiti educativi, le consente di agire in modo da far lievitare ogni semplice aspetto prettamente materiale (pur giusto) e di inquadrarlo nella dimensione totalizzante in cui Dio e uomo si incontrano, che è quella dell’amore.

Alla luce di questo occorre evidenziare che la storia delle Caritas in Puglia, così come le storie di tutte le nostre Caritas,  non parla di se stessa; piuttosto reca incise le tracce vibranti dell’ascolto delle persone e i cambiamenti del territorio, le scelte obbligate dalle necessità degli ultimi, i cammini di accoglienza e di coinvolgimento delle diverse realtà ecclesiali. In altre parole è portatrice della logica del lievito.

Perché si possa continuare a camminare lungo questi sentieri è necessaria una formazione/educazione continua, non improvvisata, strutturata, tesa all’essere più che al fare. Che faccia “ritornare al pozzo”, che interpelli sul nostro essere. Una formazione/educazione che sia fondativa, spirituale, alimentata dalla Parola.

 

La storia si guarda dalla prospettiva dei poveri, ha sottolineato il Papa sempre nell’udienza per i 50 anni di Caritas Italiana perché è la prospettiva di Gesù. Partire dagli ultimi, dai più fragili, è il modo con cui la Caritas sin dalla sua nascita ha cercato di declinare il Vangelo della carità.

E le Caritas della Puglia, la gente della Puglia, per storia e per collocazione geografica hanno sempre dimostrato in questi decenni di essere pronte all’ascolto e all’accoglienza degli ultimi, di cui immagine emblematica, che resterà sempre impressa nella memoria collettiva, è l’approdo a Bari 30 anni fa della nave Vlora, con un carico umano di circa 20 mila persone. A quanti, operatori, sacerdoti, suore, religiosi, volontari,  che allora e in tante altre occasioni questi cinque decenni hanno dato voce, gambe, testa, braccia e soprattutto cuore alla Caritas va il nostro ringraziamento.

La storia della Caritas Italiana infatti si intreccia e si fonde con quella delle Caritas diocesane, in modo particolare attraverso la ≪pedagogia dei fatti≫ che impegna le comunità a partire dai problemi, dai fenomeni di povertà, dalle sofferenze delle persone, ma soprattutto a considerare ed interpretare tutto questo alla luce del Vangelo.

 

È la terza via che ci ha indicato il Papa, quella della creatività.

Cogliendo i bisogni reali e sempre nuovi sul territorio, la Caritas spesso anticipa le istituzioni e, mettendo in campo risposte innovative, le stimola ad attrezzarsi per rispondervi adeguatamente.

Proprio nella consapevolezza del tanto che è stato fatto in questi 50 anni papa Francesco ci ha invitato a considerarlo non “un bagaglio di cose da ripetere”, ma  “la base su cui costruire” , riuscendo a cogliere, anche in periodo di crisi e di emergenza, i bisogni, compresi quelli non espressi e a trovare, con quella che San Giovanni Paolo II chiamava “fantasia della carità” le risposte adeguate in termini di carità concreta e di animazione e sensibilizzazione delle comunità. Continuando ad essere “segni di speranza”.

Oggi che papa Francesco nel ribadire gli impegni dell’inclusione sociale dei poveri e dell’amicizia sociale per il bene comune e ha indicato alla Chiesa italiana uno strumento, il Sinodo, per attuare il Concilio in questo cambio di epoca, la Caritas, le Caritas sono pronte ad essere parte attiva nel percorso sinodale.

Sono pronte a nutrire la speranza di domani risanando il dolore di oggi, sono pronte ad organizzare la speranza.

 

E su questa frase ben nota a voi tutti consentitemi in conclusione di condividere la vostra gioia, che è la gioia di tutta la Chiesa, per il riconoscimento da parte di Papa Francesco delle virtù eroiche del servo di Dio Mons. Antonio Bello , indimenticato vescovo di questa terra, che per tutti resterà per sempre don Tonino.

Un cristiano autentico che, nella sua missione, scelse di abbandonare i “segni del potere” per proporre il “Potere dei Segni” e da questa coerenza fece discendere le sue opere di vera carità.

Una carità che – anche nella vocazione della Caritas – diventa impegno educativo, di sensibilizzazione sulla prossimità evangelica, di coordinamento possibile, dentro il contesto vivo del cammino ecclesiale e in rapporto quotidiano con la Comunità. Un impegno che ha una fonte precisa. Che si parli di grandi emergenze, di promozione degli ultimi, o di lotta contro l’esclusione sociale, si tratta sempre di mettere a frutto il dono che noi riceviamo dalla Grazia che incontriamo nella celebrazione dell’Eucarestia.

Solo un ascolto vero della Parola e una partecipata celebrazione dell’Eucaristia orientano a vestire la nostra vita di una spiritualità della carità e della prossimità. Una spiritualità di grande respiro: attenta al complesso delle realtà terrene e storiche; capace di sviluppare una dinamica missionaria che fa dell’incontro, del dialogo e della relazione i suoi capisaldi e in grado di scorgere sapienzialmente la presenza e l’opera di Dio dentro le realtà create.

In altre parole, camminando insieme, come state facendo voi oggi, siamo chiamati a promuovere cammini di vita buona del Vangelo ricchi di dono, gratuità e speranza. Avendo sempre a mente quanto don Tonino diceva della Caritas: “Occorre chiarire un equivoco: la Caritas, diocesana o parrocchiale che sia, non è l’organo erogatore di aiuti, distributore di fondi, promotore di collette da dividere tra i poveri. È, invece, l’organo che aiuta l’organismo a realizzare una sua funzione vitale: la pratica dell’amore. È l’occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l’udito che fa ascoltare il pianto di chi soffre e amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso e alla salvezza. È indispensabile sollevare lo sguardo alla mondialità di certi problemi, come quello della fame, della guerra, della corsa alle armi, dell’ingiustizia di certe impostazioni economiche, dei debiti del terzo mondo, del vilipendio dei diritti umani … “.

Tale sguardo globale, mentre sollecita l’azione della Caritas in ordine alle alleanze educative, continua a interpellare sempre e costantemente il quotidiano, affinché attraverso il servizio venga veicolata l’animazione/educazione resa più consona ai tempi e ai bisogni, capace di innovazione e di orientamento verso tutti i mondi vitali che compongono la società sempre più complessa nella quale siamo inseriti.

Una animazione/educazione che sappia – con decisione e realismo – segmentarsi in tutti gli universi che compongono il tessuto dei nostri territori, che “giochi” su tutti i livelli della vita della nostra Chiesa e che stringa sempre più con decisione e con continuità alleanze con gli altri ambiti della pastorale. Ovviamente, i poveri e le nostre realtà ecclesiali sono e saranno i destinatari privilegiati della nostra azione, tuttavia, la prospettiva da assumere in maniera sempre più consapevole sarà piuttosto una animazione/educazione inclusiva. Inclusiva anche degli stessi poveri e questo abbiamo la responsabilità di doverlo tradurre in percorsi operativi: i poveri non possono essere ridotti a coloro che usufruiscono delle risposte da noi formulate, ma devono divenire protagonisti di questi percorsi, essere sentiti come risorse, inclusi in un’ottica di progettazione partecipata.

In particolare non bisogna tanto essere una Caritas che dà, quanto piuttosto comunità e famiglia che condivide. Per fare questo, nella educazione-animazione-formazione dobbiamo sempre tenere presente ed assumere lo stile della povertà, di quella “Chiesa povera e per i poveri” auspicata da Papa Francesco.

Chiudo e vi auguro un lavoro fecondo ancora con le parole di Papa Francesco, che ci ha esortato a cercare incessantemente - anche quando siamo sommersi dalle azioni che sembrano essere indirizzate prevalentemente alle urgenze e alle emergenze - percorsi e proposte che siano “a lunga scadenza, senza  l’ossessione dei risultati immediati”, volti ad “iniziare processi” più che a “possedere spazi”(EG 222-225).

 

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